10 settembre 2008

La Paura e la Speranza

Immagine di La paura e la speranza.



Autore: Giulio Tremonti
Argomento: saggio politico-economico
Voto: 3 (6 per l'analisi, 0 per le soluzioni)
Leggere questo libro è stato molto utile per capire le linee guida del governo Berlusconi IV, dettate dal vero ideologo della destra italiana, il ministro dell'economia Giulio Tremonti.
L'opera di Tremonti è divisa in due parti:
  1. "La Paura" non è altro che l'analisi del recente passato ed, in particolar modo, della globalizzazione dell'economia e dei mercati finanziari.
  2. "La Speranza" sono invece le risposte di Tremonti per superare la crisi italiana ed europea.

L'analisi cerca di spiegare quello che è successo al mondo dopo l'introduzione del WTO (organizzazione mondiale del commercio) e soprattutto dopo l'ingresso della Cina e dei paesi emergenti in questa organizzazione.

In più Tremonti sottolinea la degenerazione della finanza che ha portato l'Occidente sull'orlo della bancarotta, soprattutto con l'ultima crisi dei mutui sub-prime americana, alimentata da speculazioni con gli strumenti derivati anche su titoli di debito come i mutui.

Tremonti è chiaramente un no-global illiberale e colbertiano, ma la sua analisi è sostanzialmente corretta e condivisibile. Il ministro ha infatti capito quali sono i pericoli della globalizzazione per una Europa che esporta ricchezza ed importa disoccupazione e povertà.

Questo lo pone ad un livello sicuramente più elevato rispetto ai no-global di sinistra che criticano la globalizzazione pur non avendone capito i meccanismi ed i pericoli.

L'analisi è però chiaramente illiberale perché ripropone il rafforzamento delle autorità statali e comunitarie per sopperire ai difetti del mercato.

La sua differenziazione tra "liberismo" e "mercatismo" mi ha lasciato abbastanza perplesso, poiché la teoria liberale classica si basa appunto sulla preminenza del mercato e sul ruolo marginale dello Stato nell'economia.

La ricetta tremontiana è invece opposta, tanto che il ministro del tesoro vede nel ritorno in auge della "politica" e dei "valori" l'unico modo per superare la crisi di stagnazione, che pervade l'Europa da ormai molti anni.

Paradossalmente Tremonti affibbia tutte le colpe alla sinistra, sia quando si è comportata in maniera statalista, sia quando si è comportata in modo liberale, cercando di esportare a tutto il mondo l'economia capitalista di mercato.

La maggiore critica è proprio quella di aver fatto entrare i paesi in via di sviluppo nel WTO troppo in fretta, se si confronta col cinquantennio necessario per maturare il mercato comune europeo.

Mercatismo sfrenato e degenerazione della finanza sono quindi i mali che hanno portato l'Europa sul baratro, ma quali sono le risposte per uscire dalla crisi?

Tremonti, da buon liberale a parole, propone la classica ricetta fascista del Dio, Patria e Famiglia, rivisitata e rimodernata in 7 parole d'ordine: Valori, Famiglia e Identità, Autorità, Ordine, Responsabilità, Federalismo.

Per i primi tre termini è chiara la volontà di uniformarsi alla dottrina sociale della Chiesa Cattolica e Tremonti dichiara apertamente che non esiste speranza senza spiritualità e senza il ritorno di Dio al centro della vita pubblica italiana ed europea.

Chiaramente il nostro buon Giulio si è studiato il programma che ha portato George W. Bush alla rielezione sfruttando proprio il richiamo a Dio, molto sentito anche nel nostro paese a causa della prossimità del Vaticano.

Dio dunque è il punto di riferimento spirituale, i valori giudaico-cristiani sono la base della civiltà e della identità europea e la famiglia è vista esclusivamente nel modello classico.

Niente Dico, Pacs o convivenze etero od omosessuali sono contemplate nel piano tremontiano.

Su Ordine ed Autorità c'è poco da dire, se non che il pensiero parte proprio da una critica del '68, responsabile di aver abbattuto questi due cardini della società auspicata dal Nostro.

Responsabilità e Federalismo sono in pratica due facce della stessa medaglia, dato che il federalismo fiscale si dovrebbe basare proprio sulla volontà di responsabilizzare la spesa degli enti locali.

Ma la vera chicca del libro, Tremonti la riserva proprio al finale: dopo aver criticato la sinistra per lo statalismo e per lo sviluppo drogato dalla spesa pubblica, cosa propone il ministro lombardo per dare una boccata d'aria alla sfiatata Europa? La emissione di Euro Bonds, ovvero per diminuire i debiti pubblici dei paesi europei, bisognerebbe fare indebitare l'Europa stessa.

Magnifico!

Non ci resta che toglierci il cappello davanti all'ideatore di un nuovo modello politico-economico: si unisce un pizzico di mercato a due cucchiaiate di statalismo. Si mescola il tutto con un substrato catto-fascista e la zuppa è pronta.

Povera Italia.



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4 commenti:

enrico dignani ha detto...

L’ultimo libro di Giulio Tremonti , La paura e la speranza, ha tenuto banco sulle prime pagine dei quotidiani nelle ultime settimane.
L’ondata di attenzione sembra esaurita e si può, forse si deve, suggerire la sua lettura per affrontare davvero le domande e le risposte
che il libro propone. Del libro si è detto che rappresenta una soluzione protezionista, che riscopre e rilancia la centralità dei poteri
discrezionali del mercato, contro gli eccessi del liberalismo e del pensiero unico diffuso dai profeti del mercato globale.
Per la verità il libro non parla di questo e, dunque, sarebbe utile ricominciare la discussione partendo dal suo contenuto e non da un
pregiudizio e da un falso. Essendo il pregiudizio il fatto che la soluzione di Tremonti sia una svolta autarchica e protezionista ed il falso
che queste affermazioni siano contenuto nel suo volume.
Il libro non è lungo ma è denso e, per certi versi, volutamente apodittico. Non basta leggerlo: perché il testo lascia aperte molte possibili
interpretazioni delle diagnosi offerte. Ragionamenti che sono capaci di suggestionare il lettore, e di indurlo a riflettere, ma anche di costringerlo
ad interrogarsi sulle possibili interpretazioni di quelle suggestioni. Offriamo una serie di anelli della catena con cui Tremonti arriva alla conclusione:
non è l’unica strada per attraversare il libro ma è certamente uno dei sentieri che passa per quelle pagine.
Esiste una contraddizione tra i desideri che vengono eccitati dalla scoperta della riproducibilità esponenziale di una serie di beni e servizi
e la barriera limitazionale che rappresentano i beni non riproducibili, come le risorse naturali. Ma esiste anche la circostanza ineludibile
che ogni produzione debba necessariamente assorbire una parte di quelle risorse. Per molti secoli l’Europa è stata considerata l’epicentro
di un mondo, altro da essa e periferico rispetto ai suoi equilibri interni, dal quale estrarre materie prime e risorse naturali da utilizzare per
alimentare il benessere nel Continente.
Il Ventesimo secolo - nel quale l’Europa cede questa centralità agli Stati Uniti - si conclude con una tragico epilogo: l’avvento del mercatismo,
che rappresenta una sintesi deteriore delle due facce di questo “secolo - troppo - breve”, consumismo e comunismo. Essendo il mercatismo
solo un nuovo modo di vendere e non una nuova organizzazione della relazione tra produzione e bisogni, che essa dovrebbe soddisfare.
Gli eccessi della finanza creativa, che si combinano con la retorica del mercatismo, anche grazie alla diffusione del faster, better and cheaper
generato dalle innovazioni tecnologiche, producono un singolare paradosso: un impatto di segno opposto, rispetto ad un eclatante precedente
storico, tra Europa e Nuovo Mondo. Nel Cinquecento, con la scoperta delle Americhe, l’Europa entra nel Nuovo Mondo. Ora è il Nuovo Mondo
che entra in Europa, sommergendone i privilegi e le rendite. La storia non dispone della retromarcia, e dunque non esiste una opzione
conservatrice tradizionale: quella offerta dalla destra nel secolo scorso contro la sinistra. Ma la speranza della sinistra - poter soddisfare
tutti i desideri con la razionalità fredda della ingegneria sociale, una volta rifiutato il paradigma palingenetico della rivoluzione -
non porta da nessuna parte. Per andare in un altrove - che non sia il mercatismo ed il suo frigido approdo ad una composizione degli interessi
nella euforia dei consumi, finanziati dal debito in assenza di una vera espansione delle forze produttive - servono un catalogo dei valori
ed il calore delle emozioni che la politica può garantire.
Serve la produzione di coesione sociale grazie ai valori ed alle istituzioni che ne promuovono la crescita.
Non solo attraverso lo Stato nazione o lo Stato del benessere, sia nella sua versione europea ed austroungarica che in quella
liberal, del modello mercatista americano. Niente protezionismo, come dicevamo, ma piuttosto una riscoperta della
dimensione responsabile della politica contro quella meramente rendicontabile della economia e della finanza.
La descrizione delle forze che ci hanno condotto al punto in cui siamo, in Europa e nei Paesi sviluppati, è più convincente
della terapia per la costruzione di un futuro effettivamente alternativo e diverso dal mercatismo. Ma di questo si continuerà
a parlare anche in futuro. E non è detto che tutte le terapie di Tremonti siano davvero convincenti. Per ora basti sfatare
il tratto protezionista, e in definitiva banalizzante, di un lavoro intellettuale provocatorio e comunque utile per smontare
vecchi schemi ideologici e pregiudizi politici consolidati.
(Massimo Lo Cicero economista)

Gaspa ha detto...

Io ho detto che condivido abbastanza l'analisi tremontiana del recente passato.

Quelle che non condivido assolutamente sono le ricette proposte da Tremonti per superare la crisi, ovvero il ritorno allo statalismo ed all'ideologia catto-fascista.

Chi ha letto questo libro, non può non aver ripensato al trittico Dio-Patria-Famiglia di Mussoliniana memoria, tanto che, recentemente, è stato lo stesso Tremonti a richiamare il suddetto trittico in una intervista.

Rimango basito e sconcertato nel leggere queste cose da quello che si propone come l'ideologo della nuova destra italiana.

Nuova destra un corno; questo è il programma della buonanima di Benito Mussolini e di almeno 3/4 di secolo fa.

Se è vero che la storia è ciclica, siamo forse al preludio di una nuova dittatura?

Le premesse ci sono tutte.

enrico dignani ha detto...

http://www.ideazione.com/new_2008/rubrica_lo_cicero/home_lo_cicero.htm

Gaspa ha detto...

Ho già letto il commento di questo Lo Cicero, ma onestamente non lo condivido.

Io ho letto il libro e ne ho tratto le impressioni che ho inserito nella recensione.

Consiglio comunque ai lettori di Gaspatcho a cui interessino i temi trattati di leggersi il libro in questione e di vedere di persona se condividono la mia recensione o quella di Lo Cicero.