Il commento di Curzio Maltese:
Oggi i manganelli, a quando le prime rivoltelle?
Igitur primo pecuniae, deinde imperi cupido crevit: ea quasi materies omnium malorum fuere.
Oggi i manganelli, a quando le prime rivoltelle?
photo by Viveresenigallia.it Con un semplice, e in vero anche mal scritto, articolo 7bis che modifica la
legge Marzano sui salvataggi delle grandi imprese e quella sul diritto
fallimentare del 1942. L'emendamento dice che per essere perseguiti penalmente
per una mala gestione aziendale è necessario che l'impresa si trovi in stato di
fallimento. Se invece è guidata da un commissario, e magari va anche bene come
nel caso della Parmalat, nessun pubblico ministero potrà mettere sotto processo
chi ha determinato la crisi. Se finora lo stato d'insolvenza era equiparato
all'amministrazione controllata e al fallimento, in futuro, se la legge dovesse
passare com'è uscita dal Senato, non sarà più così. I cattivi manager, contro
cui tutti tuonano, verranno salvati se l'impresa non sarà definitivamente
fallita.
Berlusconi è senza dubbio un genio; con un piccolo capoverso in un decreto che riguarda tutt'altro sarebbe riuscito a salvare tutti i suoi compari!
Peccato che una delle poche vere giornaliste italiane, la Gabanelli (insieme a La Repubblica), si sia accorta della cosa e l'abbia denunciata.
Da Berlusconi sono venute le solite lacrime di coccodrillo, seguite dai soliti, non c'ero, non sapevo, ero in discoteca od al beauty-farm.
Tremonti ha addiritturta minacciato le dimissioni, nel caso in cui l'articolo venga approvato.
Ridicoli.
Un nuovo omicidio a Casal di Principe, la patria del clan camorrista dei casalesi, nonostante la presenza dell'esercito, i paracadutisti della Folgore ed i proclami altisonanti di Maroni e La Russa.
Nessuno c'era, e se c'era non ha sentito nulla, non ha visto nulla e non ricorda nulla.
Siamo ormai assuefatti alle lezioni del Papa in ogni campo dello scibile umano ed in ogni singolo aspetto della nostra vita quotidiana: dalla eutanasia alla fecondazione assistita, dalla sessualità al creazionismo, dalla bioetica alla politica, ma c'era un campo in cui il capo del Vaticano non aveva ancora pontificato: la finanza.




L'analisi cerca di spiegare quello che è successo al mondo dopo l'introduzione del WTO (organizzazione mondiale del commercio) e soprattutto dopo l'ingresso della Cina e dei paesi emergenti in questa organizzazione.
In più Tremonti sottolinea la degenerazione della finanza che ha portato l'Occidente sull'orlo della bancarotta, soprattutto con l'ultima crisi dei mutui sub-prime americana, alimentata da speculazioni con gli strumenti derivati anche su titoli di debito come i mutui.
Tremonti è chiaramente un no-global illiberale e colbertiano, ma la sua analisi è sostanzialmente corretta e condivisibile. Il ministro ha infatti capito quali sono i pericoli della globalizzazione per una Europa che esporta ricchezza ed importa disoccupazione e povertà.
Questo lo pone ad un livello sicuramente più elevato rispetto ai no-global di sinistra che criticano la globalizzazione pur non avendone capito i meccanismi ed i pericoli.
L'analisi è però chiaramente illiberale perché ripropone il rafforzamento delle autorità statali e comunitarie per sopperire ai difetti del mercato.
La sua differenziazione tra "liberismo" e "mercatismo" mi ha lasciato abbastanza perplesso, poiché la teoria liberale classica si basa appunto sulla preminenza del mercato e sul ruolo marginale dello Stato nell'economia.
La ricetta tremontiana è invece opposta, tanto che il ministro del tesoro vede nel ritorno in auge della "politica" e dei "valori" l'unico modo per superare la crisi di stagnazione, che pervade l'Europa da ormai molti anni.
Paradossalmente Tremonti affibbia tutte le colpe alla sinistra, sia quando si è comportata in maniera statalista, sia quando si è comportata in modo liberale, cercando di esportare a tutto il mondo l'economia capitalista di mercato.
La maggiore critica è proprio quella di aver fatto entrare i paesi in via di sviluppo nel WTO troppo in fretta, se si confronta col cinquantennio necessario per maturare il mercato comune europeo.
Mercatismo sfrenato e degenerazione della finanza sono quindi i mali che hanno portato l'Europa sul baratro, ma quali sono le risposte per uscire dalla crisi?
Tremonti, da buon liberale a parole, propone la classica ricetta fascista del Dio, Patria e Famiglia, rivisitata e rimodernata in 7 parole d'ordine: Valori, Famiglia e Identità, Autorità, Ordine, Responsabilità, Federalismo.
Per i primi tre termini è chiara la volontà di uniformarsi alla dottrina sociale della Chiesa Cattolica e Tremonti dichiara apertamente che non esiste speranza senza spiritualità e senza il ritorno di Dio al centro della vita pubblica italiana ed europea.
Chiaramente il nostro buon Giulio si è studiato il programma che ha portato George W. Bush alla rielezione sfruttando proprio il richiamo a Dio, molto sentito anche nel nostro paese a causa della prossimità del Vaticano.
Dio dunque è il punto di riferimento spirituale, i valori giudaico-cristiani sono la base della civiltà e della identità europea e la famiglia è vista esclusivamente nel modello classico.
Niente Dico, Pacs o convivenze etero od omosessuali sono contemplate nel piano tremontiano.
Su Ordine ed Autorità c'è poco da dire, se non che il pensiero parte proprio da una critica del '68, responsabile di aver abbattuto questi due cardini della società auspicata dal Nostro.
Responsabilità e Federalismo sono in pratica due facce della stessa medaglia, dato che il federalismo fiscale si dovrebbe basare proprio sulla volontà di responsabilizzare la spesa degli enti locali.
Ma la vera chicca del libro, Tremonti la riserva proprio al finale: dopo aver criticato la sinistra per lo statalismo e per lo sviluppo drogato dalla spesa pubblica, cosa propone il ministro lombardo per dare una boccata d'aria alla sfiatata Europa? La emissione di Euro Bonds, ovvero per diminuire i debiti pubblici dei paesi europei, bisognerebbe fare indebitare l'Europa stessa.
Magnifico!
Non ci resta che toglierci il cappello davanti all'ideatore di un nuovo modello politico-economico: si unisce un pizzico di mercato a due cucchiaiate di statalismo. Si mescola il tutto con un substrato catto-fascista e la zuppa è pronta.
Povera Italia.
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In definitiva, il nuovo ideologo della destra italiana, Giulio Tremonti, ha messo in atto il suo piano di ritorno allo statalismo come risposta alla globalizzazione ed al mercatismo.
Una risposta magari lecita, ma che non può essere annoverata tra le ricette del liberismo classico e che pone una pesante etichetta a questo governo: se si sommano il corporativismo, lo statalismo, l'esercito nelle strade, la voglia matta di italianità, la forza politica e mediatica del leader, il risultato ricorda molto da vicino il governo di un altro pelato, che rimase al potere per un ventennio in modo tutt'altro che liberale.
Tornando ad Alitalia, mi preme riaffermare che le passività saranno pagate per intero dagli italiani, mentre le attività se le spartiranno i soliti noti, alla cui testa ci sarà un certo Colaninno che all'epoca guadagnò svariati miliardi con la compravendita di Telecom, privatizzata in modo indecente dall'allora governo Prodi.
Quanto ci costerà mantenere l'italianità dell'Alitalia? Se avessimo concluso l'affare con AirFrance nella scorsa primavera, i francesi si sarebbero accollati i debiti e le eccedenze sarebbero state solo 1500.
Dopo 4 mesi, abbiamo già pagato 300 milioni di Euro solo per evitare il fallimento, la Bad Company graverà sulle tasche dei contribuenti e lo Stato dovrà assumere ben 7000 nuovi dipendenti, i quali, con il precendente accordo, sarebbero passati alla compagnia francese.
Un vero trionfo dello statalismo che rischia pure di infrangersi sugli scogli della Commissione Europea, che non penso veda di buon occhio questo ennesimo papocchio all'italiana!